Aparigraha è il quinto e ultimo degli yama, i principi etici che costituiscono il primo membro del percorso dello yoga descritto da Patanjali negli Yoga Sutra. Si traduce come “non-possesso”, “non-avidità” o “non-accumulazione” e, nelle interpretazioni contemporanee, viene spesso associato all’espressione “lasciar andare”.

Ma lasciar andare che cosa? I problemi e le emozioni difficili non svaniscono solo perché decidiamo di ignorarli. Possiamo avvicinarci ad aparigraha osservando qualcosa di quotidiano: ciò che continuiamo a trattenere anche quando non ci serve più, e la possibilità di allentare la presa.

Che cosa significa Aparigraha

Il termine sanscrito nasce dall’unione del prefisso negativo a- con parigraha, parola che richiama l’idea di prendere, appropriarsi e afferrare. Le traduzioni più diffuse sono non-possesso, non-avidità e non-accumulazione: ciascuna mette in evidenza un aspetto dello stesso principio.

Al centro c’è il rapporto con ciò che abbiamo e con ciò che vorremmo avere. Nella vita quotidiana possiamo usare questo principio per riconoscere quando abbiamo abbastanza e quando il desiderio di possedere comincia a condizionare le nostre scelte.

Aparigraha negli Yoga Sutra

Nel sutra II.30 Patanjali elenca i cinque yama: ahimsa (non-violenza), satya (veridicità), asteya (non rubare), brahmacharya (tradizionalmente legato alla continenza) e aparigraha.

Il sutra II.39 collega lo stabilirsi in aparigraha alla conoscenza del come e del perché della nascita. I commentari sviluppano questo passaggio anche in relazione alle rinascite: è un insegnamento che appartiene alla visione filosofica dello yoga classico.

Quando oggi applichiamo aparigraha ad aspettative, confronti e immagine di sé, ne proponiamo una lettura pratica contemporanea. Può offrire spunti utili, purché distinguiamo il significato del testo dalle riflessioni che ne ricaviamo per la nostra vita.

Afferrare, trattenere, lasciare

Immagina una mano che afferra un oggetto, lo usa e lo posa. Ora immagina la stessa mano che continua a stringerlo quando non serve più: resta occupata e non può fare altro. Pensa alla proboscide di un elefante, tanto versatile perché sa prendere e rilasciare.

Questa immagine può aiutarci a riflettere anche sul rapporto con un ruolo, un’abitudine o un risultato. Allentare la presa significa potersi chiedere se quel legame ci serve ancora, invece di considerarlo per forza indispensabile.

Aparigraha nella vita quotidiana

Per rendere aparigraha più concreto, possiamo osservarlo in tre ambiti. Sono spunti di riflessione per la vita quotidiana, senza presentarli come una suddivisione contenuta negli Yoga Sutra.

Oggetti: riconoscere ciò che basta

Prima di comprare qualcosa, prova a chiederti se ti servirà davvero e se hai già in casa un oggetto che svolge la stessa funzione. Vale anche per ciò che conservi: alcune cose hanno un valore affettivo, altre sono rimaste lì per abitudine. Scegliere che cosa tenere, riparare, condividere o regalare ti aiuta a usare ciò che possiedi in modo più consapevole.

L’idea che abbiamo di noi

«Sono sempre stato così»: questa frase può trasformare un’esperienza in una definizione. Riconoscere le proprie difficoltà è utile, ma considerarle immutabili può impedirci di vedere ciò che possiamo ancora imparare. Possiamo aver sbagliato senza diventare per sempre il nostro sbaglio.

Aspettative

Progettare e impegnarsi ci aiuta a dare una direzione alle nostre azioni. Il risultato, però, dipende spesso anche da ciò che non possiamo decidere: gli altri, i tempi, le circostanze. Possiamo prenderci cura di quello che facciamo e correggere la rotta strada facendo, senza pretendere che ogni passaggio rispetti il piano iniziale.

Quando restiamo molto legati a come le cose «dovrebbero» andare, un imprevisto può diventare difficile da accettare. Lasciare spazio a possibilità diverse ci permette di valutare ciò che sta accadendo e scegliere come rispondere.

Lasciar andare non significa far finta di non sentire, rinunciare a ciò che ci spetta o sopportare ciò che ci ferisce. A volte la scelta più saggia è agire, dire un «basta» o chiedere aiuto.

Come praticare Aparigraha sul tappetino

La pratica delle asana offre occasioni concrete per osservare il nostro attaccamento a un risultato. Che cosa succede quando una posizione è meno stabile del previsto? Scegli una variante o insisti per ottenere la forma che avevi in mente?

  • Adatta la posizione al corpo di oggi. Un supporto, un movimento più piccolo o una variante possono rendere la pratica più accessibile e adatta alle tue possibilità. Il loro uso non diminuisce il valore di ciò che stai facendo.
  • Accorgiti di quando lo sforzo non serve più. Se stai forzando solo per raggiungere una forma, riduci l’intensità e rivaluta la posizione. Andare più a fondo non rende automaticamente un’asana migliore.
  • Osserva il respiro. Se ti accorgi di trattenerlo involontariamente, prova ad allentare lo sforzo e nota che cosa cambia. Può aiutarti a riconoscere una tensione di cui non eri consapevole.
  • Torna alle tue sensazioni. Se ti scopri a guardare gli altri e a confrontarti, osserva come questo influenza il tuo modo di praticare. Poi riporta l’attenzione sul corpo, sugli appoggi e sul respiro.

L’autunno e l’arte del cambiamento

Le foglie che cadono sono un’immagine evocativa del cambiamento. Possiamo usarla come metafora per riflettere su ciò che ha avuto una funzione nella nostra vita e che oggi potrebbe aver bisogno di lasciare spazio ad altro.

Una domanda da portare con sé è questa: quale abitudine continuo a mantenere anche se non risponde più a ciò di cui ho bisogno? Può bastare un piccolo cambiamento, come rivedere un impegno o modificare il modo in cui pratichiamo sul tappetino.

Un esercizio per cominciare

Scegli qualcosa su cui ti capita di tornare spesso con il pensiero: un oggetto che vorresti comprare, un ruolo, un’abitudine o un’asana che vuoi ottenere. Prenditi qualche minuto e chiediti:

  1. Che cosa sto cercando di ottenere o di tenere stretto? Prova a descriverlo con parole semplici.
  2. A che cosa mi serve davvero? Osserva quali bisogni soddisfa e se entra in gioco anche la paura di perdere sicurezza, approvazione o valore.
  3. Quale piccolo passo posso provare? Potresti rimandare un acquisto, usare ciò che hai già o scegliere una variante dell’asana.

Poi osserva che cosa succede, senza aspettarti di cambiare subito. Puoi cominciare da un gesto semplice: riconoscere quando qualcosa basta e concederti la possibilità di allentare la presa.

Domande frequenti su Aparigraha

Che cos’è Aparigraha in parole semplici?

È uno degli yama dello yoga e viene tradotto come non-possesso, non-avidità o non-accumulazione. Nelle letture contemporanee invita anche a osservare quanto ci aggrappiamo a oggetti, risultati e immagini di noi stessi.

Aparigraha significa rinunciare a tutto?

Nella pratica quotidiana possiamo avvicinarci a questo principio osservando il rapporto con ciò che possediamo e con il desiderio di avere altro. Svuotare la casa, da solo, non significa aver cambiato quel rapporto.

Quanti sono gli yama e dove si trova Aparigraha?

Gli yama sono cinque e sono elencati nel sutra II.30 degli Yoga Sutra di Patanjali. Aparigraha è l’ultimo della serie; il sutra II.39 descrive il risultato dello stabilirsi in questo principio.

Il rapporto con ciò che tratteniamo è uno dei tanti temi attraverso cui lo yoga ci invita a osservare la nostra esperienza. Conoscere le parole, la storia e i principi della pratica può aiutarci a dare un significato più consapevole anche ai gesti sul tappetino.

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Riferimenti per approfondire

I riferimenti al testo classico riguardano gli Yoga Sutra di Patanjali, in particolare il sutra II.30, che elenca i cinque yama, e il sutra II.39, che descrive il risultato dello stabilirsi in aparigraha.