La storia della Posizione del Guerriero, Virabhadrasana, comincia dal nome di Virabhadra, una figura della mitologia induista nata dalla furia di Shiva dopo la morte di Sati. È un racconto di amore, lutto e vendetta che oggi viene spesso associato alle tre varianti del Guerriero. Ma quanto c’è di antico nella storia e quanto nella posizione che pratichiamo sul tappetino?

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Il significato del nome

Virabhadrasana unisce il nome Virabhadra alla parola sanscrita asana, «posizione». Il nome significa quindi «posizione di Virabhadra», il guerriero della mitologia induista. Il suo nome contiene a sua volta vira, «eroe», e bhadra, termine che può significare «propizio» o «nobile».

«Guerriero» non descrive soltanto l’aspetto forte della postura: richiama questo personaggio e la sua storia. Le posizioni oggi chiamate Guerriero I, II e III vengono spesso collegate a tre momenti del racconto, secondo un’interpretazione simbolica moderna.

Una posizione più recente di quanto sembri

Prima di raccontare il mito, vale la pena fare una precisazione: a differenza di posizioni yoga come la Posizione dell’Albero, che compaiono nei testi di hatha yoga di alcuni secoli fa, per le posture del Guerriero non risultano attestazioni nei testi antichi. Si tratta infatti di una famiglia di posizioni di origine relativamente moderna.

Secondo le ricerche dello storico dello yoga Mark Singleton, autore di un noto studio sulle origini delle posizioni yoga moderne, molte delle posizioni in piedi che oggi consideriamo “classiche” sembrano aver tratto ispirazione dalla ginnastica europea del primo Novecento. Questo non toglie nulla al valore della posizione, ma aiuta a capire come lo yoga che pratichiamo oggi sia il risultato di un incontro tra tradizione antica e influenze più recenti, spesso mescolate.

Il personaggio di Virabhadra, invece, appartiene alla mitologia induista. È dalla sua storia che la posizione prende il nome.

Il mito di Virabhadra: amore, lutto e vendetta

La leggenda alla base del Guerriero ruota attorno a Shiva, una delle principali divinità della tradizione induista, e a sua moglie Sati.

Secondo il racconto, Sati era figlia del re Daksha, un sovrano legato alle regole e alle convenzioni sociali, che non approvava affatto il legame tra sua figlia e Shiva. Shiva veniva descritto come una figura ascetica e anticonformista: viveva in meditazione sulle montagne, con i capelli intrecciati e uno stile di vita lontano dalle convenzioni della società del tempo. Agli occhi di Daksha, non era certo il marito ideale per la propria figlia.

Il conflitto tra i due esplose quando Daksha organizzò una grande cerimonia sacrificale, invitando tutti gli dèi e i membri della corte celeste, ma escludendo deliberatamente Shiva e Sati. Sati, profondamente offesa da questo affronto verso il marito, decise comunque di presentarsi alla cerimonia. Di fronte alle parole offensive da del padre contro Shiva, secondo il racconto dello Śiva Purāṇa, Sati si lasciò consumare dal proprio fuoco interiore, generato attraverso la pratica yogica, fino a perdere la vita.

Quando la notizia raggiunse Shiva, il dolore si trasformò rapidamente in una furia incontenibile. Shiva strappò una ciocca dei propri capelli e la scagliò a terra: da essa nacque un guerriero feroce e potentissimo, a cui Shiva diede il nome di Virabhadra. Shiva ordinò a Virabhadra di raggiungere il luogo della cerimonia e di distruggere tutto, incluso lo stesso re Daksha.

Le tre fasi del mito nelle tre posizioni del Guerriero

Per chi pratica yoga, è interessante osservare come, secondo una diffusa interpretazione moderna, le tre posizioni del Guerriero vengano associate a tre momenti della vicenda di Virabhadra:

  • Guerriero I: rappresenta il momento in cui Virabhadra emerge dalla terra, con le braccia e le spade sollevate verso l’alto, annunciando la propria presenza a tutti i presenti.
  • Guerriero II: raffigura il guerriero che individua il proprio bersaglio, Daksha, assumendo una posizione di osservazione e prontezza al combattimento, con lo sguardo fisso e le braccia aperte lateralmente.
  • Guerriero III: descrive il momento dell’azione decisiva, in equilibrio su una sola gamba, con il corpo proteso in avanti nell’atto finale dello scontro.

Dopo che Virabhadra ebbe distrutto la cerimonia, Shiva raggiunse il luogo del sacrificio. Nello Śiva Purāṇa, acconsentì a riportare in vita Daksha: al suo corpo venne unita la testa di una capra. Daksha, tornato in vita, riconobbe il proprio errore e si inchinò a Shiva. Il racconto si conclude così con la fine dello scontro e la riconciliazione.

Il significato simbolico oltre il mito

Al di là dei dettagli, spesso cruenti, della leggenda, il Guerriero porta con sé un significato che va oltre la semplice narrazione mitologica. La storia di Virabhadra nasce da un dolore profondo, quello di Shiva per la perdita di Sati, che si trasforma in un’azione determinata e potente, per poi evolversi infine in compassione e perdono.

In una lettura simbolica moderna, le posizioni del Guerriero possono invitare a osservare come ci poniamo di fronte a emozioni intense, come rabbia e dolore. Sul tappetino, la forza richiesta dalla postura può accompagnarsi a uno sguardo fermo, alla stabilità e alla presenza mentale. È un significato che possiamo dare alla pratica, senza attribuirlo direttamente al mito.

Perché le posizioni del Guerriero sono così diffuse oggi

Guerriero I, II e III sono presenti in molte lezioni di yoga, anche perché offrono esperienze diverse. Nei primi due si lavora soprattutto sulla forza delle gambe e sulla stabilità; nel terzo, mantenere l’equilibrio diventa la sfida principale.

Conoscere la storia di Virabhadra non cambia il modo in cui si eseguono queste posizioni, ma può cambiare il modo in cui le guardiamo. Dietro un nome che sentiamo spesso durante la pratica c’è un racconto antico, con emozioni e personaggi molto lontani dal tappetino su cui pratichiamo oggi.

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Fonti: Śiva Purāṇa, Rudra-saṃhitā, Satī-khaṇḍa, cap. 30 (morte di Sati), cap. 32 (nascita di Virabhadra) e cap. 42 (ritorno in vita di Daksha); Mark Singleton, Yoga Body: The Origins of Modern Posture Practice, Oxford University Press, 2010.